Perché gli investimenti sostenibili stanno cambiando il mondo della finanza

Nell’ultimo decennio è cresciuta esponenzialmente l’attenzione di cittadini e imprese a tematiche come la tutela ambientale e il ruolo “sociale” delle aziende. Parallelamente, nel mondo della finanza hanno preso progressivamente slancio i cosiddetti investimenti sostenibili, cui spesso si fa riferimento usando la sigla SRI (Sustainable and Responsible Investments): si tratta di investimenti volti a creare valore per l’investitore e per la società nel suo complesso, attraverso una strategia di investimento orientata al medio-lungo periodo che, nella valutazione di imprese e istituzioni, integra l’analisi finanziaria con quella ambientale, sociale e di buon governo.

Un interesse crescente  che non è passato inosservato agli occhi degli investitori, tanto che numerose società  di gestione hanno messo a punto strumenti, come fondi comuni ed Etf, dichiaratamente Esg, facendosi carico della valutazione a monte delle aziende in portafoglio. .

Investire in modo sostenibile non significa rinunciare alla remunerazione e ai rendimenti, mettendo al primo posto la sostenibilità:  in  realtà, investire in modo sostenibile e responsabile non penalizza il rendimento. Anzi: molte evidenze empiriche segnalano una correlazione positiva tra ESG e performance.

Ma come si selezionano i titoli “responsabili” in un investimento?

Le società di gestione che propongono investimenti SRI possono adottare approcci differenti per selezionare i titoli da includere in portafoglio. Il più diffuso è quello dell’esclusione di determinate industrie e settori – tipicamente la produzione di armi, tabacco, alcol, pornografia e il gioco d’azzardo.

Un altro approccio, sempre basato sull’esclusione, consiste nel selezionare i titoli tenendo in considerazione le normative e gli standard globali in tema di ambiente, società o governance promossi da organismi sovranazionali (ne sono un esempio il protocollo di Kyoto sul surriscaldamento globale o i principi dell’Onu per l’investimento responsabile, UNIPRI).

Accanto agli approcci “di esclusione”, si stanno facendo strada quelli “inclusivi”, in base ai quali gli investitori e le aziende cercano di produrre un cambiamento positivo in relazione ai fattori ESG. Ne è un esempio l’approccio “best-in-class”, che prevede la selezione delle società con i più alti rating ambientali, sociali e di governance. Le strategie tematiche, invece, si focalizzano su un elemento specifico, come ad esempio le energie alternative, l’ambiente o l’agricoltura sostenibile.

Infine, esistono alcuni approcci diretti, come l’impact investing e l’active ownership. Il primo combina il raggiungimento di risultati finanziari con la generazione di un impatto positivo sull’ambiente o la società, mentre il secondo consiste nell’influenzare il comportamento di un fondo o di un’azienda con il proprio voto in modo da promuovere cambiamenti che creino valore nel lungo termine.

Non solo azioni, cosa sono i green bond? Un mercato in espansione

Un settore in notevole espansione nell’ambito degli investimenti Esg è quello dei green bond: le “obbligazioni verdi” sono strumenti finanziari emessi per finanziare progetti di tutela ambientale (un uso responsabile delle risorse naturali, una migliore efficienza energetica o lo sviluppo di fonti rinnovabili). Fanno il paio con i meno noti social bonds (i progetti finanziati, in questo caso, hanno una finalità sociale). Stando ai dati della Climate Bonds Initiative, nel 2019, le nuove emissioni di green bond (includendo anche i prestiti green) hanno toccato i 257,7 miliardi di dollari, in netta crescita rispetto ai 170,6 miliardi di dollari del 2018. Gli emittenti sono quasi 500 a livello mondiale, di cui la metà al debutto proprio lo scorso anno, e hanno collocato sul mercato poco meno di 1.800 obbligazioni “verdi”. A fare la parte del leone sono state le grandi aziende, in particolare quelle non finanziarie, che hanno raddoppiato le emissioni (da 29,5 miliardi di dollari nel 2018 a quasi 60 miliardi di dollari nel 2019).

Il mercato leader resta quello europeo, con il 45% delle emissioni globali – tra l’altro i green bond sono anche uno dei punti cardine del Piano d’azione sulla Finanza Sostenibile dell’Unione Europea. Seguono Asia-Pacifico (25%) e Nord-America (23%). A livello di singoli Paesi, in testa si trovano Stati Uniti, Cina e Francia. Fra le Borse infine, la leadership va al Luxembourg Stock Exchange, dove nel 2019 sono stati quotati green bond per quasi 20 miliardi di euro. I principali settori economici ai quali sono destinate le risorse (“use of proceeds”) che vengono raccolte tramite le obbligazioni verdi sono energia e costruzioni, che insieme valgono oltre il 60% del mercato, davanti a trasporti e industria idrica.

Il ruolo degli Stati

Il Tesoro olandese (Dutch State Treasury Agency) è stato protagonista della terza più grande emissione di green bond del 2019 (6,7 miliardi di dollari). È la dimostrazione della crescita del peso degli Stati su questo mercato attraverso l’emissione di green bond sovrani, ossia di titoli di Stato “verdi”. Tali emissioni sono ammontate a oltre 25 miliardi di dollari nel 2019 e i Paesi che hanno già emesso green bond sovrani sono circa una dozzina, in alcuni casi con più di un’emissione. E l’Italia? Le uniche obbligazioni green emesse in Italia finora sono state quelle corporate, con Enel come principale emittente. Ma qualcosa potrebbe ben presto cambiare. I Btp Green, la prima emissione «verde», legata al finanziamento di una serie di progetti con caratteristiche di sostenibilità ambientale, dovrebbe infatti arrivare entro la fine dell’anno se “le condizioni di mercato lo permetteranno”, come indicato dal capo del debito pubblico al dipartimento del Tesoro, Davide Iacovoni. Il Btp green potrebbe essere simile al “fratello” Btp Italia: con una quota da destinare al retail e un’altra da riservare agli investitori istituzionali sempre più interessati a questi strumenti di debito.

Un passo "oltre" i green bond

Da segnalare anche il recente sviluppo di prodotti obbligazionari sostenibili, che provano, in un certo senso, ad andare oltre il fattore ambientale. Si tratta di prodotti concettualmente simili alle obbligazioni verdi, che guardano però alle altre dimensioni dell’investimento SRI: i “sustainability” bond, i “social” bond, gli “SDGs” bond (collegati agli Obiettivi di Sviluppo sostenibile dell’Onu).

Gli ultimi arrivati sono infine i “transition bond“, forse i più innovativi, che finanziano attività non ancora definibili “green” in senso stretto, ma che vanno comunque nella direzione di un’economia basata su di un  minore tasso di emissioni di CO2.

Le aziende alle prese con la “green transition”

Questi ultimi prodotti sono pensati proprio per accompagnare le aziende – specialmente quelle attive nei settori più inquinanti, ribattezzate aziende “brown” – verso una  decisa  transizione volta a ridurre drasticamente il proprio impatto ambientale.

Per citare qualche esempio, prendiamo il comparto energetico: al suo interno esistono aziende che hanno concluso con successo il percorso di transizione, come l’italiana Erg, che ha dismesso le operazioni “brown” per passare alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Ma ci sono anche società nelle prime fasi del cambiamento, come Total, che punta a rendere “green” il 25% dei suoi asset entro il 2035.

Del resto, il tema della sostenibilità – non solo ambientale – è passato nel giro di pochi anni dall’essere relegato a mera questione giuridica, se non addirittura etica, a costituire un vero e proprio fattore strategico all’interno delle aziende.

Di AdviseOnly

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