Brexit: cos' è e cosa è cambiato per chi vuole lavorare in Inghilterra

A sei anni dal referendum che ha sancito la volontà del Regno Unito di abbandonare l’Unione Europea e dopo due anni di trattative per raggiungere un patto commerciale, la Brexit è ufficialmente entrata in vigore.

Si tratta di un avvenimento storico, i cui accordi sono stati siglati a pochi giorni dalla scadenza del termine, portando con sé diverse novità che hanno impattato sul modo di fare impresa e sulle politiche internazionali.

Brexit: cos'è, significato e storia

Da un punto di vista linguistico, il termine Brexit è un neologismo che deriva dalla crasi delle parole “Britain” ed “exit” ed indica, appunto, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Ciò significa che il Regno Unito non è più uno Stato membro dell’UE, e i suoi rapporti con gli altri Paesi membri vengono regolati sulla base di un Accordo sugli scambi e la cooperazione stipulato a Bruxelles con il Parlamento Europeo ed entrato ufficialmente in vigore l’1 maggio dello scorso anno.

Il Paese aveva aderito alla CEE (Comunità Economica Europea) nel 1973 sotto la guida del Primo Ministro Heath, ma nei quasi cinquant’anni successivi non sono mancati frizioni e momenti di complessità legati principalmente alle condizioni di appartenenza all’Unione e alla contrarietà del Regno Unito verso la moneta comune, che infatti non ha mai adottato.

Conseguenze economiche della Brexit

Non si tratta di una semplice formalità: per capire cos’è cambiato realmente con la Brexit è necessario prendere in considerazione diversi aspetti economici che, durante i mesi che hanno preceduto la firma dell’accordo, hanno generato tensioni con gli altri Paesi membri, decisi a tutelare i propri interessi.

 

In linea generale, l’accordo è stato stilato secondo un principio di concorrenza leale, con l’obiettivo di salvaguardare l’integrità del mercato unico: di fatto, però, dal 1 Gennaio 2021 il Regno Unito ha abbandonato il territorio doganale dell’UE e il sistema dell’IVA comunitaria, configurandosi a tutti gli effetti come un paese terzo e ponendo fine alla libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali con l’Unione Europea.

Le imprese e i professionisti che svolgono la propria attività con il Regno Unito hanno quindi dovuto riorganizzare i propri rapporti con il Paese, adattandosi alle nuove disposizioni che regolano il commercio e che hanno avuto un impatto significativo su tutti i settori, specialmente sull’import\export.

Fare impresa e lavorare in Inghilterra: cosa è cambiato con la Brexit

L’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE) ha raccolto sul proprio portale diverse schede riassuntive e informazioni pratiche per le imprese italiane che lavorano con il Regno Unito.

Una delle principali conseguenze della Brexit ha riguardato lo scambio delle merci, che ora prevede l’obbligo di assolvere le procedure doganali esattamente come avviene per gli scambi con qualsiasi Paese extra UE. Tuttavia, l’Accordo ha previsto anche la possibilità di non applicare dazi sulle merci, a patto che queste:

  • soddisfino i requisiti per ottenere l’origine UE
  • vengano spedite direttamente in UK
  • siano accompagnate da una valida attestazione di origine

Un’altra novità importante ha riguardato i trasferimenti interni alle aziende: le società che vogliono spostare i dipendenti nelle proprie sedi o filiali situate nel Regno Unito possono continuare a farlo, ma devono avvalersi di un visto specifico, l’Intra-Company Transfer.

Chi desidera avviare una nuova attività nel paese, invece, può richiedere il visto Start Up, dedicato ai professionisti che abbiano intenzione di creare un business innovativo e che rispondano a specifici requisiti.

Discorso simile per i singoli lavoratori: chi si trovava già nel Regno Unito al 31 Dicembre 2020 per lavoro ha potuto fare richiesta per ottenere la residenza, mentre chi sta progettando il trasferimento ha bisogno del visto, che viene concesso previa soddisfazione di alcuni requisiti e secondo un sistema a punti, introdotto con la nuova politica sull’immigrazione.

Cosa ha cambiato la Brexit per chi vuole viaggiare in Inghilterra

Dopo la Brexit è comunque possibile continuare a recarsi in Inghilterra per motivi turistici, visite a familiari e amici, studio a breve termine o partecipazione ad eventi, a patto di non superare i 6 mesi di permanenza sul territorio.

La lista completa delle attività consentite ai visitatori è disponibile su una pagina dedicata del sito del governo britannico.

Inoltre, dal 1 ottobre 2021, per entrare nel Regno Unito è necessario il passaporto, proprio come avviene per l’ingresso nei paesi extraeuropei.

Per quanto riguarda le tariffe telefoniche la situazione è ancora in divenire: l’Unione Europea ha da poco prorogato fino al 2032 il roaming zero (vale a dire l’abolizione dei costi aggiuntivi per chiamate, sms e navigazione internet dall’estero), e ad oggi nessuno degli operatori telefonici del vecchio continente ha tolto il Regno Unito dalla lista dei paesi inclusi nel roaming. Discorso diverso, invece, per i cittadini UK che viaggiano in Europa: gli operatori britannici stanno infatti gradualmente eliminando la tariffa agevolata e reintroducendo i costi di roaming internazionale.

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