Commodity trading: cosa sapere sul mercato delle materie prime

Nel trading online si sente frequentemente parlare di commodity e di commodity trading, ovvero di negoziazione di materie prime, ma l’utilizzo di questo tipo di strumenti finanziari necessita di alcune importanti precisazioni.
Il termine inglese commodity deriva dal francese commodité e indica qualcosa che è reperibile facilmente, appunto con comodità. Nel gergo del commercio internazionale, però, indica una classe di beni molto specifica, ovvero i beni indifferenziati, come il grano, il ferro, lo zucchero, il petrolio, l’oro, le sostanze chimiche e molto altro ancora. In pratica, la reperibilità di queste materie è possibile in molte parti del mondo senza che il bene acquistato in un luogo o presso uno specifico fornitore si differenzi in modo sostanziale da quello acquisito in un altro luogo o da un altro fornitore.

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I future sulle materie prime

Vi sono due modi per commerciare in materie prime. Rivolgersi a una delle dieci o quindici grandi multinazionali del commercio internazionale per vendere o acquistare qualche tonnellata di merce da stivare in grandi magazzini (sconsigliato a meno che non siate delle aziende manifatturiere), oppure, attraverso i sistemi di trading online, utilizzare specifici strumenti finanziari quotati per speculare sulle variazioni di prezzo.

Lo strumento in assoluto più importante per investire in commodity è un derivato, il future, contratto standard non modificabile dalle parti con scadenza e valore predefiniti. Questo strumento non è nato per fini speculativi, ma per proteggere acquirenti e venditori dalle fluttuazioni di prezzo delle merci. Immaginiamo per esempio una grande industria che deve acquistare ogni anno mille tonnellate di rame o di grano: all’inizio dell’anno stipula contratti future che le consentono di essere certa che, alla data stabilita, le verrà consegnata la merce al prezzo indicato sul contratto. In questo modo può pianificare i flussi di cassa con grande anticipo e gestire al meglio le risorse finanziarie.

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I mercati delle materie prime

Quando, per qualunque motivo, uno dei contraenti vuole o deve rinunciare alla merce, si trova però vincolata da un contratto di cui non necessita. Cosa fare? Semplice, cede non la merce (che non possiede ancora) ma cede il contratto stesso. Da qui l’esigenza di creare un mercato regolamentato per i future sulle commodity.

I più grandi mercati del mondo di future sulle commodity sono negli USA: il CME di Chicago, il Chicago Board of Trade (CBOT), il NYMEX e il NYBOT di New York. Fuori dagli Stati Uniti esistono poi: l’LME di Londra, il DCA cinese, l’MCX indiano e altri ancora, ognuno con specializzazioni più o meno marcate in determinati settori economici.

In Italia, ETF ed ETC sono quotati sull’ETFPlus, mentre sul Sedex sono quotati covered warrant e certificati anche su commodity e sull’IDEX (segmento dell’IDEM) sono quotati derivati sull’energia elettrica.

Commodity trading e controparti centrali (clearing house)

mercati dei derivati, si appoggiano poi a controparti centrali (o clearing house), ovvero a società che garantiscono il buon fine delle negoziazioni. Come sono nate le clearing house? Leggenda vuole che verso la metà del secolo scorso un coltivatore avesse venduto prima della mietitura il proprio raccolto a un mercante di granaglie. Quell’anno il raccolto fu particolarmente abbondante, il prezzo del grano crollò; il mercante di granaglie cercava tutte le scuse per non onorare il proprio impegno ad acquistare il grano del contadino al prezzo prestabilito. Il coltivatore troncò la discussione dicendo al mercante: “Ho con me il vagone del grano e il fucile: quale vuoi che ti scarichi addosso?”.
Per gestire in modo meno traumatico il rischio di controparte, nel 1883 il CBOT diede quindi vita alla propria clearing house.

Hard e soft commodity

Le commodity sono molto diverse tra loro e ognuna di esse ha specifiche variabili che ne influenza il valore. Il petrolio e l’oro sono commodity particolarmente importanti e seguite, il primo per il suo valore economico e geopolitico, il secondo come bene rifugio per eccellenza.

Il prezzo del petrolio, quindi, è determinato non solo dalla quantità disponibile o estratta, ma anche dalle decisioni che prendono i Paesi produttori, da guerre o crisi economiche, dal costo del trasporto, da eventuali alternative (energia solare, nucleare, gas naturale, etc.) e così via. E mentre le cosiddette hard commodity (cioè le materie minerarie, estratte dalla terra, o trasformazioni standardizzate di esse come la nafta o la benzina) sono influenzate da variabili parzialmente simili a quelle valide per il petrolio, nel caso delle soft commodity (materie prime da coltivazioni) si aggiungono la stagionalità, il meteo, la deperibilità e altro ancora.

Per il commodity trading, quindi, oltre all’analisi tecnica è necessario studiare bene ciò che impatta sulla disponibilità concreta del sottostante, seguire l’andamento della domanda e dell’offerta degli specifici mercati, acquisire informazioni sui dati di ogni singolo settore.

Non solo future

Se i future sono stati i primi strumenti finanziari per la negoziazione delle commodity, dapprima utilizzati come “assicurazioni” e progressivamente anche per pura speculazione, ad essi si sono col tempo affiancati altri strumenti. Tralasciando le azioni, come quelle delle società minerarie, del settore energetico o di trasformazione delle materie prime, e i fondi d’investimento (che investono in panieri di società di quegli stessi settori), per investire in commodity vi sono alcuni altri strumenti utili alla portata dei trader, che, ovviamente, per essere utilizzati presuppongono uno studio specifico.

Si tratta di derivati come le opzioni, i covered warrant, i certificati a leva e d’investimento (che sostanzialmente rappresentano strategie in opzioni), ma anche gli ETF (quote di fondi quotati) e gli ETC (titoli bancari su commodity garantiti dal possesso del sottostante).

Ognuno di questi strumenti ha caratteristiche diverse, a partire dalla fiscalità, dalla possibilità di compensazione tra plusvalenze e minusvalenze, dalla presenza o meno di scadenze che ne provocano una variazione di valore nel corso della vita, ma anche (nel caso dei certificati) una protezione totale o parziale del capitale investito a fronte di un costo più alto per l’investitore.

di Andrea Fiorini