Le commodity agricole: investire nel mercato dei cereali

Tra i numerosi strumenti quotati su mercati regolamentati e resi disponibili ai trader italiani, vi sono le commodity, cioè le merci di base, non lavorate, che sono sempre uguali ovunque le si acquisti, come cereali, metalli o petrolio.

In finanza e nel trading online, quando si parla di commodity trading ci si riferisce specificamente ai contratti future sulle commodity, ovvero a contratti negoziabili che consentono di speculare sulle variazioni di prezzo delle merci senza acquistarle fisicamente. Tra queste tipologie di materie prime, la prima – i cereali, appunto – ha delle caratteristiche particolari, soprattutto perché è legata a una storica eccellenza italiana: la pasta.

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Non si tratta però di orgoglio campanilistico, quanto più di una necessità industriale e, quindi, finanziaria: colossi internazionali del settore come Buitoni o Barilla negoziano ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di grano per realizzare e vendere i propri prodotti in tutto il mondo, e per questo si garantiscono la quantità di prodotto necessaria a un prezzo prevedibile anche attraverso questo tipo di contratti. E lo stesso fanno, esempio, la Kellogg’s con future sul mais per i suoi fiocchi e la maggior parte delle altre industrie di trasformazione alimentare.

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I mercati regolamentati di riferimento per le commodity agricole

Il principale tra i mercati regolamentati mondiali accessibili ai trader dei future sui cereali e sulle commodity agricole è il Chicago Board of Trade (CBOT), su cui sono scambiati frumento, mais, riso, soia, avena, ma anche farine, etanolo e altro.

A questo si aggiungono poi i mercati di riferimento di Minneapolis (MGEX) e di Kansas City (KCBT) per frumenti di tipi diversi; si tratta di mercati non raggiungibili direttamente dai trader ma importanti per monitorarne le variazioni dei prezzi. In Europa, importanti mercati dei future sui cereali sono il NYSE Euronext e il LIFFE. A questi, aggiungiamo il Chicago Mercantile Exchange (CME), su cui, oltre a mais, grano e ad altre materie prime, sono scambiati anche i future sulle condizioni metereologiche, fondamentali per monitorare l’andamento dei raccolti. I grandi mercati asiatici dei cereali (Cina, India, Indonesia) non sono invece raggiungibili dai trader italiani. Va detto, tuttavia, che su questo tipo di commodity è possibile anche operare con opzioniCFD ed ETF.

AGREX: il mercato dei cereali

A livello di borse dei cereali, l’Italia ha una lunga tradizione, essendo stata fino al dopoguerra una nazione a principale vocazione agricola e disponendo alcune ampie aree per le coltivazioni estensive (pianura Padana, tavoliere delle Puglie, etc.).

Per questo, il 21 gennaio 2013, Borsa Italiana ha dato vito all’Agrex, il mercato regolamentato dei cereali e delle commodity agricole accessibile online. Attualmente vede quotati solo future sul grano duro con scadenza marzo, maggio, settembre e dicembre, ogni contratto rappresenta un lotto minimo da 50 tonnellate. Il mercato è aperto dalle 14.30 alle 17.40.

Cosa influenza il trading sui cereali?

Operare su una classe così specifica di commodity non è semplice, perché vi sono numerose variabili che devono essere tenute presente. L’utilizzo esclusivo del grafico dei prezzi, infatti, in questo caso non sempre è sufficiente ad acquisire tutte le informazioni necessarie alla gestione delle posizioni.

Nel caso delle commodity agricole bisogna ricordare che sono influenzate dall’uso che ne viene fatto (quindi dalla domanda), dal commercio internazionale (grandi raccolti in un’area del mondo abbassano il prezzo sui mercati delle altre aree), dalle riserve disponibili, dalla stagionalità (raccolti invernali e primaverili), dal clima, dalla politica economica dei Paesi produttori (tasse, dazi doganali, normative di importazione ed esportazione, barriere), dai cambi, e da altro ancora.

Il grano, per esempio, viene utilizzato per preparazioni alimentari diverse tra loro, tra cui industria dolciaria, pane, alimentazione animale. Il mais, invece, è in prevalenza usato per l’alimentazione animale ma anche per la produzione di bioetanolo: nel primo caso il prezzo dei future sul mais sarà legato all’andamento degli allevamenti (richiesta di carne e latte), nel secondo da quello del costo del petrolio e delle altre fonti energetiche.

Il COT per monitorare il mercato dei cereali

Lo strumento informativo principe per seguire l’andamento delle commodity agricole è il COT. Si tratta di un report il cui nome è l’acronimo di “Commitments of traders” (ovvero “Impegni presi dai negoziatori di materie prime”), rilasciato ogni venerdì dall’ente USA di vigilanza sulle commodity, la CFTC (Commodity Future Trading Commission) e raggiungibile sul sito web della stessa CFTC.

Il COT divide i negoziatori in tre categorie (grandi speculatori come gli hedge fund, banche e società finanziarie e piccoli investitori) e riporta le posizioni aperte, long e short, su ogni commodity. Da solo non serve a prevedere il futuro dei mercati, ma consente di crearsi una banca dati di movimenti che possono aiutare nell’identificazione dei trend di lungo periodo, soprattutto se associato ad adeguati indicatori di analisi tecnica per il trading.

Attenti ai falsi miti sulle commodities agricole

Vi sono due tipi di critiche che vengono fatte al trading sulle commodity, in particolare quelle agricole, che renderebbero inefficiente qualunque tipo di analisi. La prima è che le consegne fisiche delle materie prime, a livello globale, non sono mai superiori al 5% del totale delle quantità indicate dai contratti future negoziati, la seconda è che i volumi degli scambi non rispecchiano il reale consumo annuale delle commodity anche perché i contratti si spingono ben oltre la scadenza annuale.

In realtà – come spiega chiaramente anche Maurizio Mazziero nel suo libro “Investire in materie prime” (ed. Hoepli) – nel primo caso è evidente che si tratta di coperture, per cui i contratti non vengono portati a scadenza per la consegna fisica (che dovrebbe essere effettuata magari attraverso un oceano), ma vengono chiusi per procedere con negoziazioni fisiche “a chilometro zero”, quindi ben più economiche. Nel secondo caso, bisogna stare attenti a non confondere volumi negoziati e open interest a fine giornata: quest’ultimo è il dato da seguire perché, a differenza del primo, non somma tutti gli scambi eseguiti ma indica le posizioni rimaste aperte, ovvero il reale spessore del mercato.

 

di Andrea Fiorini